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L’importanza militare strategica della zona serve a capire l’accanimento dei tedeschi a rioccupare il Territorio Libero della Val Taro e a giustificare lo sproporzionato impiego di mezzi e l’altissimo prezzo di uomini che è loro costato.
Prima di tutto si deve ricordare che, partendo da basi sicure e avendo le spalle coperte, i partigiani che operavano a ridosso delle vie di transito potevano attaccare più facilmente i traffici e i presidi tedeschi sulla Via Emilia, sulla Cisa, sul Bracco e sull’Aurelia.
Inoltre, la ferrovia Parma – La Spezia è interrotta con grave pregiudizio per i rinforzi militari sul fronte tirrenico, che devono essere dirottati su strade obbligate e trasbordare a Fornovo e Pontremoli, aumentando così la vulnerabilità dei rifornimenti. Pure interrotte sono la carrozzabile del Passo del Bocco e del Centocroci tra la provincia di Parma e la Liguria. Per questi motivi, i tedeschi pongono la lotta contro le formazioni partigiane sullo stesso piano della guerra al fronte.
L'Operazione Wallenstein e le forze in campo
L’attacco nazifascista alle nostre valli si inserisce in una operazione militare denominata Wallenstein I e II che parte:
• Dalla Liguria, attraverso i passi del Bocco e di Centocroci
• Da Pontremoli, attraverso i passi dei Due Santi e del Bratello
• Dalla Cisa, attraverso la strada Berceto – Borgotaro
• Dal crinale, attraverso i monti di Lozzola
La linea di difesa corre lungo tutto lo spartiacque di confine tra l’Emilia con la Toscana e la Liguria, dal Passo della Cisa fino al Monte Penna. Il territorio viene investito da una forza valutabile in diverse migliaia di uomini, una forza più di venti volte superiore a quella effettiva dei partigiani, appoggiati da carri armati, mezzi blindati, artiglieria e aerei da ricognizione. Sono utilizzati reparti della Luftwaffe, della Flak, forze di polizia e truppe italiane della X MAS e della GNR.
Le due fasi dell'attacco nazifascista
Prima fase (Puntate di truppe scelte): in un primo tempo i nazifascisti organizzano incursioni nel tentativo evidente di sorprendere la difesa partigiana, sondarne le capacità e incuneare delle teste di ponte in punti strategici. Questi tentativi falliscono. I nomi di Manubiola, Lozzola, Bratello, Grifola, Pelosa e Monte Scassella delineano la linea di difesa; una linea non statica perché, data l’insufficienza numerica dei partigiani, è realizzata da improvvisi accorrere di formazioni diverse nello stesso punto, secondo le necessità, in un coordinamento improvvisato ma efficacissimo.
Seconda fase (Rastrellamento di massa): falliti i primi tentativi, i tedeschi devono cambiare tattica. Tutta la valle viene investita contemporaneamente da una massiccia azione a rastrello che si protrae per alcuni giorni. I reparti nemici incalzano da più direzioni convergendo nei punti strategici con avanzate prudenti, segnalando continuamente con razzi di colore diverso gli ostacoli e gli obiettivi raggiunti.
A questo punto, considerando l’enorme preponderanza dei nemici, alle formazioni partigiane non resta che la possibilità di occultarsi e di mimetizzarsi nei boschi, nei canaloni e negli anfratti rocciosi. Per qualche giorno, uomini armati e civili vivono in perfetta simbiosi con la natura e, ancora una volta, i tedeschi dovranno riconoscere il fallimento degli obiettivi militari del rastrellamento.
La difesa dei gruppi borgotaresi (Luglio 1944)
I gruppi Molinatico, Vampa e Poppy si trovano a difendere la valle dagli attacchi provenienti dal Passo della Cisa. Per due settimane i gruppi borgotaresi riescono a mantenere le difese, nonostante i continui attacchi dei tedeschi che si fanno sempre più convinti e minacciosi a partire dal 6 luglio.
Dalla strada Nazionale i carri armati aprono il fuoco contro i villaggi di Corchia, Bergotto, Valbona e contro le postazioni partigiane di Lozzola, Castagna e San Bernardo.
Le pattuglie tedesche troppo avanzate vengono annientate da improvvisi e violenti contrattacchi partigiani: il 9 luglio a Bergotto e il 12 luglio a Corchia. Viste le gravi perdite, l'avanzata nemica si fa più prudente, sopravvalutando l'effettiva capacità dei partigiani che sfruttano la miglior conoscenza del territorio.
Dopo un pesante bombardamento, il 14 luglio viene occupata Bergotto.
Il 15 luglio l’urto dei nemici è superiore ad ogni possibilità di difesa: con cannoni dalla Cisa, mortai e mitragliatrici, i tedeschi picchiano sulle postazioni partigiane. Centinaia di uomini avanzano con una manovra di aggiramento e i partigiani sono costretti a ritirarsi dividendosi in tre piccoli gruppi: il primo si rifugia sulla destra del Taro, nascondendosi nei boschi del Molinatico; il secondo riesce a filtrare tra i rastrellatori, passare la Cisa e rifugiarsi a Montagnana; il terzo, più consistente, arretra fino a Roccamurata, passa il Taro e risale la costa verso Tiedoli.
A ritardare l’avanzata dei tedeschi sulla carrozzabile e ad agevolare lo sganciamento della formazione, rimane una quindicina di uomini al comando di Dragotte e di Corrado Pellacini "Erok".