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Il messaggio del Generale Alexander mette il movimento partigiano di fronte ad una drammatica situazione, tra le più difficili dall’inizio della lotta armata. I ribelli non potevano tornare a casa, perché li avrebbe attesi il carcere o la deportazione, ma non potevano nemmeno rimanere inerti e nascosti sui monti, perché la sopravvivenza stessa delle Brigate e la difesa delle postazioni che occupano dipende dalla loro combattività.
È con questa consapevolezza che il Comando Volontari della Libertà (CVL) risponde ad Alexander con fermezza, riaffermando la propria autonomia e ordinando di intensificare la guerriglia per non essere annientati. Parallelamente, i partigiani ignorarono in blocco l'amnistia di Mussolini, preferendo i rigori della montagna ai bandi fascisti.
L'inverno 1944-1945 fu eccezionalmente rigido e impose drammatici problemi logistici. Il sostentamento principale divenne la pattona, a base di farina di castagne, nascosta nei rifugi fuori dai paesi per evitare rappresaglie sui civili. Gli alberi spogli privarono i ribelli dei ripari estivi; la nebbia ridusse la visibilità e la neve ne tracciava i movimenti. La mancanza di abiti e scarpe adeguate provocò decine di congelamenti, mentre l'umidità faceva inceppare le armi e la scabbia tormentava gli uomini.
Tra la fine di novembre e gennaio, approfittando del fronte fermo, il comando tedesco scatenò una poderosa offensiva concentrica per ripulire l'Appennino tosco-ligure-emiliano. Forze nemiche addestrate, mimetizzate e dotate di alpini sciatori cinsero d'assedio la zona.
L'imboscata a Tramonte e Bojo
All'alba del 17 dicembre 1944, approfittando della complicità di alcuni delatori, due colonne nazifasciste partite da Selva del Bocchetto si infiltrarono nella zona di Bojo e Tramonte (Solignano). L'area era presidiata dal distaccamento Bassani della Iª Brigata Julia.
Le truppe scelte tedesche aggirarono i centri abitati muovendosi nei calanchi sotto il Monte Castello, cogliendo i partigiani di sorpresa nei loro alloggiamenti. La sentinella Eugenio Bigliardi («Cranio») diede l'allarme prima di essere uccisa. I partigiani vennero catturati, la loro base fu data alle fiamme e un ragazzo di 16 anni, Quiro Effrani, venne fucilato sul posto. Svegliati dagli spari, i partigiani di stanza a Bojo accorsero in aiuto dei compagni, ma caddero in un'imboscata tedesca. Ne seguì un violento scontro a fuoco in cui perse la vita Mario Tagliavini («Mago»), ma il grosso del gruppo riuscì a ripiegare e a salvarsi.
Un terzo nucleo di stanza a Casa Grezzi si diresse a Prelerna e Specchio per chiedere il supporto della 31ª Brigata Garibaldi e organizzare una controffensiva. Al loro ritorno, tuttavia, il nemico si era già ritirato, conducendo a Berceto 10 partigiani e 15 civili come ostaggi. Dopo essere stati torturati dal sergente Jost, vennero fortunatamente rilasciati alla Vigilia di Natale grazie a uno scambio di prigionieri.
La sortita sul Bocco e l'eccidio di Valletti
Sempre il 17 dicembre 1944, gli alpini della Divisione Monterosa di stanza al Passo del Bocco compirono un'incursione a Santa Maria. Sorpresi all'interno di una trattoria, sei uomini vennero arrestati: quattro furono rilasciati, mentre i partigiani della 32ª Brigata Garibaldi, Luigi Squeri e Berto Lusardi, vennero condotti a Borgonovo di Massanego e fucilati la Vigilia di Natale come rappresaglia per l'uccisione di cinque alpini al Passo della Forcella.
Il 28 dicembre, due compagnie della Monterosa e reparti scelti tedeschi, guidati dal Capitano Mallinger, mossero da Chiavari verso Bedonia. Il 30 dicembre l'attacco investì Valletti, sede della Brigata Ligure "Coduri". Nonostante il suggerimento del comandante Richetto di evacuare il paese per difenderlo dalle alture, i garibaldini accettarono la battaglia in paese, supportati dalla 32ª Garibaldi.
Eludendo la sorveglianza grazie alle indicazioni di una spia, gli alpini sorpresero il distaccamento di Saetta al Mulino della Gattesa: 9 partigiani caddero in combattimento, mentre 26 furono fatti prigionieri (11 dei quali successivamente fucilati).
Il comando della Coduri sfuggì alla cattura solo grazie a "Bill" (comandante della 32ª Garibaldi), il quale, uscito nella notte, notò le avanguardie nemiche. Bill e un compagno aprirono il fuoco fermando temporaneamente i nazisti e dando l'allarme.
Il giorno successivo, dopo sette ore di strenui combattimenti sul Monte Castello e nei boschi di Verruca, la Coduri — rimasta senza munizioni nonostante l'aiuto dei mortaisti della Centocroci — dovette ritirarsi. Valletti fu occupata, il parroco Don Bobbio venne arrestato e fucilato a Chiavari il 3 gennaio 1945.
Lo sfondamento a Bedonia e l'accerchiamento della 32ª Garibaldi
Sconfitte le difese a Valletti, le colonne nemiche scesero verso la Valtaro. I partigiani della Centocroci, del Penna (32ª) e della Beretta tentarono un blocco difensivo nelle gole di Piane di Carniglia, ma gli alpini si aprirono un varco a colpi di mortaio ed entrarono in Bedonia il 2 gennaio 1945, occupandola per quindici giorni e saccheggiando i paesi limitrofi.
Da Bedonia, l'offensiva nazifascista si riversò sulla Val Ceno e sulla Val Lecca per stringere d'assedio la 32ª Garibaldi e convergere su Bardi, in concomitanza con le truppe fasciste che risalivano dalla Valle d'Aveto. Il 31 dicembre, il comandante del Comando Unico, Arta, e il commissario Poe concordarono a Compiano la strategia di sganciamento con i comandi di brigata prima di rientrare a Bardi.
Per evitare l'aggancio, la 32ª Garibaldi intraprese una durissima ritirata nella neve aggirando il Monte Ragola. Poiché i presidi della Monterosa bloccavano ogni via d'accesso a Drusco, Anzola, Ponteceno e Illica, i partigiani si diviserò in due tronconi per rompere l'accerchiamento.
Il primo gruppo, nella notte del 7 gennaio, frazionati in squadre da 10 uomini e guidati dai civili del posto, scese lungo i canaloni, guadò le acque gelide del Ceno e risalì il Monte Pelpi, trovando rifugio a Cereseto. Il secondo gruppo, composto da 80 uomini insieme al comando di brigata, venne avvistato dai tedeschi. Incalzati dal nemico, i partigiani — guidati da ex prigionieri sovietici — marciarono per due giorni e due notti consecutive nella neve alta, seminando gli inseguitori nei boschi.