Museo Multimediale della Resistenza delle Valli del Taro e del Ceno

La caduta del Libero Territorio della Val Taro aveva portato morte e distruzione e le conseguenze che si prospettavano erano ancora più gravi: il feldmaresciallo Kesserling, comandante supremo di tutte le forze tedesche in Italia, aveva ordinato di usare gli ostaggi catturati nelle zone partigiane, di fucilarli ogniqualvolta si fossero verificati sabotaggi; dicompiere atti di rappresaglia fino a bruciare le abitazioni poste nelle zone dove si fossero sparati colpi di arma da fuoco contro reparti e singoli militari germanici; di impiccare nelle pubbliche piazze quegli elementi riconosciuti responsabili di omicidi e i capi delle bande armate.

Di fronte a questo scenario, i capi partigiani e i membri locali dei comitati antifascisti si trovano di fronte al dilemma di come salvare la popolazione dalle rappresaglie nazifasciste, di come assicurare alle popolazioni i rifornimenti di viveri che le autorità fasciste minacciavano di tagliare.
Questi interrogativi, oltre ad avere una motivazione morale, sociale ed umanitaria, rispondevano a precisi interessi militari. Le formazioni partigiane della Valtaro erano formazioni militari particolari: in parte i patrioti operavano il località vicine alle loro famiglie ed alle comunità originarie e comunque vivevano in simbiosi con quelle popolazioni, dalle quali dipendevano sia per l’alimentazione, sia per le informazioni che per tutto l’aiuto che quelle continuamente loro fornivano. La sopravvivenza della lotta armata dipendeva, quindi, in gran parte dalla popolazione ed obbligava i resistenti a rispondere a questi quesiti.

Le trattative con il nemico scaturiscono, dunque da queste contraddizioni oggettive ma si inseriscono in una situazione di debolezza nella direzione politica della Resistenza Valtarese ed in un clima di sfiducia e di stanchezza seguita agli entusiasmi dell’estate, quando sembrava che le travolgenti battaglie per la conquista e difesa del territorio libero dovessero essere decisive e la Liberazione imminente.

I negoziati iniziano nella seconda metà di luglio, qualche giorno prima degli eccidi di Strela e Sidolo, episodi che impongono una decisa accelerata alla discussione tra il comando tedesco e i capi partigiani. La trattativa si sposta dunque a Fornovo, dove i capi partigiani incontrano alti ufficiali tedeschi che, dopo una lunga discussione, avanzano una proposta: sospensione di qualsiasi atto di rappresaglia; libertà per i partigiani di circolare armati; immediato ritiro dei fascisti; d’altro lato, i tedeschi potranno percorrere indisturbati le strade di transito.

Apparentemente sembra che le trattative non abbiano effetto, ma di fatto incominciano a condizionare le vicende militari. È di quei giorni, infatti, l’episodio, che ha visto protagonista la Centocroci di Richetto, il quale, dopo aver sconfitto i fascisti sul Monte Scassella ed averli volti alla fuga, tende loro un agguato lungo la strada di Bedonia. È pronto per distruggerli completamente, ma viene fermato da un ordine di Guglielmo Cacchioli.
Richetto protesta vivacemente e resterà contrario ad ogni prospettiva di tregua col nemico, mentre altre formazioni, spesso su richiesta esplicita della popolazione, concorderanno una sospensione temporanea delle ostilità.
Così, a Borgotaro per tutto l’autunno del’44 si crea di fatto una situazione di tregua, mentre l’approvvigionamento dei viveri può giungere grazie ad un tacito accordo tra Giuseppe Solari "Gek", capo della polizia partigiana, il commissario prefettizio Alarico e il vice segretario federale del partito fascista Vittorio Ferrari.

Questi episodi contribuirono a creare un clima di sospetto e malumore reciproco tra le brigate della Val Taro ed il Comando Unico di Parma e gli altri comandi della Resistenza Emiliana.