Museo Multimediale della Resistenza delle Valli del Taro e del Ceno

Di fronte alla ormai continua minaccia costituita dai partigiani, il Comando tedesco e le autorità militari delle province di Genova, La Spezia e Parma, alla fine di maggio organizzano un massiccio rastrellamento che coincide con lo scadere del termine dell’amnistia che sarebbe stata concessa ai ribelli che avessero consegnato le armi all’autorità e per i renitenti alla leva che si fossero arruolati.
La propaganda fascista per l’arruolamento dei giovani è intensa: sui giornali, per radio attraverso avvisi fatti affiggere in tutti i luoghi pubblici. Le lusinghe si mescolavano con le minacce.
Nonostante gli sforzi, i fascisti devono constatare il fallimento anche di quest’ultimo tentativo: in tutta la provincia di Parma coloro che si presentano sono poche centinaia, mentre i partigiani aumentano l’aggressività contro l’apparato amministrativo e militare in montagna.
La presenza fascista nelle alte valli parmensi non riesce a reggere l’incalzare del movimento partigiano, e per questo il Comando germanico pianifica un estremo tentativo di colpire al cuore, ovvero in montagna, la forza organizzata della Resistenza.
Siamo ormai alla vigilia della liberazione di Roma e la difesa della Toscana è pregiudicata tanto da indurre il Comando Supremo Germanico ad apprestare una nuova fortificazione sulla posizione arretrata della linea Gotica.
Con il restringimento del territorio controllato alla sola alta Italia, il Governo Repubblicano perde ormai la possibilità di presentarsi come governo nazionale, ma quello che più preme ormai a Mussolini è di mantenere la credibilità almeno nell’apparato militare e politico fascista, cercando di salvaguardare la compattezza del suo seguito e coinvolgerlo nel suo tragico destino.

Nella zona della Val Taro l’attacco nazifascista si articola in un complesso rastrellamento che coinvolge circa seimila uomini appoggiati da mezzi blindati, cannoni, mortai ed un aeroplano da ricognizione.
Questa massa di uomini, frazionati in unità di un centinaio di soldati ciascuno, partendo dalle Valli del Vara, Aveto, Ceno, Nure e Taro, si muove con un’azione a raggera.
Il monte Penna è il punto di convergenza dell’azione e l’obbiettivo è di annientare le formazioni partigiane.
Il comando di Coordinamento Germanico di tutta la zona viene posto a santa Maria del Taro dove giunge anche Vito Spiotta, vice federale di Genova. Tutti i locali e gli edifici pubblici vengono requisiti per la repressione: uffici di comandi, magazzini e depositi per i prigionieri.
L’inesperienza dei partigiani di fronte a questo primo massiccio attacco li pone in una situazione estremamente difficile e le perdite sarebbero state ben più gravi se, negli ultimi giorni, la primavera esplodendo improvvisamente non avesse ricoperto le piante dei boschi di un fitto fogliame.
Incalzati dalle forze nemiche i partigiani della Cento Croci e del Penna si ammassano nelle parti più alte del monte ed invece di filtrare tra le varie squadre fasciste all’inizio dell’azione, quando le maglie del rastrellamento sono più larghe, lasciano restringere il cerchio.
Da valle i cannoni tedeschi sparono contro le rocce , tutti i sentieri sono percorsi dalle squadre di fascisti e tedeschi che risalgono lentamente trascinandosi gli ostaggi trovati nei villaggi.
La situazione è drammatica; le formazioni si sbandano: divisi in piccoli gruppi si nascondono nei boschi più fitti, tra gli anfratti rocciosi e strisciando come animali cercano di sfuggire all’accerchiamento.
Ma il sangue freddo dei partigiani e dei loro comandanti si impone: il grosso delle formazioni mantiene intatto gli organici e con una azione articolata supera la drammatica situazione..
I fascisti frustrati dall’insuccesso del rastrellamento si sfogano con la popolazione dei villaggi montani rei di aver ospitato, aiutato i patrioti. Tutte le case dei villaggi ed i cascinali sparsi vengono accuratamente perquisiti alla ricerca dei ribelli o delle loro tracce.
Le formazione tedesche e fasciste lasciano la Valtaro il 25 maggio, lasciandosi dietro morte e distruzione e portando in pianura decine di prigionieri, che verranno interrogati e internati per essere avviati ai campi di concentramento in Germania.