Museo Multimediale della Resistenza delle Valli del Taro e del Ceno

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Nella primavera del 1945, la guerriglia entra nella sua fase più imponente per intensità e volume di fuoco, beneficiando del coordinamento strategico impresso dal Comando Unico (C.U.). Con l'ordine n. 1469 del 14 marzo 1945, il Comando Unico previene possibili colpi di coda del nemico, richiamando i capisaldi della strategia partigiana sia in caso di attacchi circoscritti sia di rastrellamenti in grande stile. Le direttive sono chiare: adottare metodi di difesa mobile, rifiutare lo scontro su posizioni fisse, eludere l'aggancio frontale, colpire i fianchi e le retroguardie, eliminare le pattuglie isolate e impedire la nascita di nuovi presidi nazifascisti.

Tuttavia il nemico, logorato dal fallimento strategico delle operazioni invernali, non ha più la forza per lanciare grandi offensive. Concentrati sull'organizzazione della ritirata, i nazifascisti si limitano a contenere la costante pressione dei patrioti e a difendere i capisaldi stabiliti alla fine dell'estate precedente.

Il successivo Ordine di operazioni del 16 marzo stabilisce i compiti operativi per l'imminente spinta finale, riassumibili in due azioni simultanee: continui attacchi contro le colonne nemiche in ritirata e l'eliminazione dei presidi fascisti e tedeschi più vicini alle zone controllate dai partigiani.

Per tagliare le vie di fuga al nemico, il Comando Unico assegna a ciascuna brigata un settore stradale specifico, imponendo attacchi quotidiani e simultanei in più punti. Al contempo, viene pianificato l'assedio ai presidi nazifascisti e la protezione delle centrali elettriche della provincia.

La vita democratica nei paesi liberati

Con il progressivo ritiro delle truppe occupanti dopo l'inverno, quasi tutti i paesi dell'alta Valtaro ritornano liberi, a eccezione dei fortili nemici di Ghiare di Berceto, Ostia e Borgotaro. In questo territorio liberato la popolazione, i partigiani e gli esponenti politici possono finalmente muoversi e riunirsi alla luce del sole.

Il 3 marzo ad Albareto, davanti al municipio, si tiene un grande comizio pubblico: i leader partigiani Arta e Poe parlano alla cittadinanza, introducendo i temi della ricostruzione post-bellica e del ripristino delle libertà democratiche.

La morsa partigiana intanto si stringe. Da marzo la ferrovia è completamente paralizzata dai sabotaggi, mentre il cielo è solcato dai continui mitragliamenti degli aerei alleati. Anche le rotabili del Bocco e del Centocroci sono ormai precluse ai nazifascisti. Il 1° marzo, una colonna di Alpini della Divisione fascista "Monterosa" tenta di risalire da Varese Ligure per riprendere il Passo del Centocroci, ma viene duramente respinta dai partigiani liguri della Centocroci.

I tedeschi riescono a mantenere aperta solo la strada provinciale fino a Borgotaro, vitale per difendere il transito sulla Statale della Cisa, l'arteria fondamentale per i collegamenti con il fronte tirrenico. Di fatto, le forze d'occupazione si trovano assediate nei loro stessi fortini, da cui escono raramente per azioni offensive.

La guerra dei ponti

Tra la fine di febbraio e marzo le brigate partigiane, divise in squadre agili e coordinate, colpiscono incessantemente di giorno e di notte lungo tutte le rotabili e la linea ferroviaria. I gruppi di sabotatori paralizzano la logistica nemica facendo saltare nodi strategici vitali: il ponte della Borella, il ponte parabolico di Ostia, il ponte di ferro di Borgotaro, il ponte di Solignano, il ponte di Mignegno. 

Queste incursioni notturne seguono una tattica collaudata: un forte gruppo armato (dai 40 ai 60 uomini) isola l'area e blocca le vie d'accesso, proteggendo l'azione di un piccolo nucleo di specialisti. Questi ultimi eliminano le sentinelle, piazzano l'esplosivo e, dopo la deflagrazione, si sganciano ordinatamente verso i propri distaccamenti.

La difficile guerra dei caselli

Se nei villaggi e nei territori montani la libertà è ormai una realtà consolidata e le vie di comunicazione sono costantemente minate dalle imboscate, l'attacco contro il fitto sistema difensivo dei caselli ferroviari si rivela l'operazione più complessa. In questo contesto non è possibile sfruttare l'effetto sorpresa o combattere da posizioni riparatrici: i nazifascisti sono arroccati all'interno di solide strutture in muratura, disposti in posizioni dominanti e spesso protetti da insidiosi campi minati. I partigiani si trovano così a dover avanzare allo scoperto, sfidando un servizio di vigilanza tedesco rigidissimo e una reazione di fuoco immediata.

Nonostante l'estremo svantaggio tattico, i distaccamenti partigiani sferrano duri attacchi contro i presidi del Passo del Bocco, di Guinadi e lungo i caselli della tratta ferroviaria Fornovo-Pontremoli. Si tratta di combattimenti prolungati che impegnano interi reparti per ore, infliggendo pesanti perdite al nemico, ma pagati a caro prezzo:

7 e 9 marzo: la Brigata Beretta assalta i caselli 69 e 70 della ferrovia e il presidio di Casa Corvi.

9 marzo: durante un violento assalto a un casello di Grondola, viene ferito mortalmente il partigiano Angelo Zamboni della Brigata Centocroci.

19, 20, 22, 23 marzo e 4 aprile: La Iª e la IIIª Brigata Julia conducono una serie di attacchi serrati ai caselli dislocati tra Ostia e Roccamurata, scontrandosi con la disperata resistenza dei tedeschi asserragliati nei fortilizi.

La pressione della Resistenza si spinge fin dentro i centri urbani ancora occupati. A Salsomaggiore, un nucleo della 32ª Brigata Garibaldi, di rientro da una missione sulla Via Emilia, apre il fuoco contro un gruppo di fascisti impegnati in un'esercitazione, gettando il reparto nel caos. Alla periferia di Pontremoli, i partigiani della Beretta compiono frequenti incursioni catturando pattuglie nemiche, mentre a Borgotaro l'insidia si consuma tra le vie del paese. Proprio a Borgotaro, il 7 marzo, il proprietario di una locanda – il vecchio albergatore e antifascista socialista Fernando Pellacini – segnala al comando del Gruppo d'Azione Val Taro la presenza di alcune decine di soldati tedeschi nel suo locale. L'imboscata scatta subito, ma l'azione si sviluppa in modo confuso: mentre un gruppo di copertura attende nel viale, all'interno irrompe il solo comandante Dragotte. Superato il fattore sorpresa, i tedeschi reagiscono prontamente; nella sparatoria un soldato nemico rimane ucciso, ma i partigiani sono costretti a ritirarsi per evitare il sopraggiungere del vicino presidio. La rappresaglia tedesca è immediata e spietata: Pellacini viene fucilato sul posto e la sua locanda rasa al suolo con la dinamite.