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Testimonianza scritta di Gino Cacchioli “Beretta”, classe 1925, primo comandante del gruppo Centocroci, tratta dal libro Centrocroci per la Resistenza di Camillo Del Maestro.
A 18 anni nel 1943 pur essendo uno dei tanti giovani che erano cresciuti con un solo canale culturale, quello fascista,aveva avuto la possibilità, attraverso le persone conosciute nel pur breve periodo trascorso all’estero (i miei genitori erano emigrati a Londra), di effettuare delle comparazioni e di sviluppo in senso critico sulla situazioni politiche.
Interlocutore molto valido inoltre fu, per me, mio fratello Guglielmo, ritornato in Italia nei primi mesi del ’40, a conflitto mondiale iniziato.
Egli, essendo nato a Londra, sarebbe stato certamente richiamato a prestare servizio militare nell’esercito inglese, come molti altri connazionali e si sarebbe trovato in guerra contro la sua patria d’origine.
Aveva già una certa età (classe ’14) e da lui ebbi modo d’apprendere notizie autentiche, non inquinate, sull’ordinamento democratico e sul modello di vita inglese. Nel ’41 sarà arrestato a Fontanellato (PR) per aver espresso con alcune persone valutazioni critiche sul fascismo e sull’andamento del conflitto. Processato, rimase per diversi mesi in carcere e, soltanto in considerazione che il fratello Gildo era combattente sul fronte africano, otterrà la libertà, con l’imposizione però di due anni di confino.
Alla caduta del fascismo, 25 luglio del ’43, avendo anch’io maturato posizioni antifasciste, con mio fratello ed altri amici borgotaresi, non potemmo fare a meno di esporre pubblicamente queste nostre convinzioni e invitammo, quindi, i più fanatici a togliersi il distintivo del PNF.
Naturalmente alla ricostruzione mussoliniana della repubblica sociale fummo subito perseguiti da mandato di cattura e ci salvammo dall’arresto perché avvertiti dal mar. dei CC Moretti, che più tardi entrò nella nostra formazione partigiana. Decidemmo così di dividerci: mio fratello Guglielmo andò a Fiorenzuola (PC) presso amici e io a Gravago in Val Ceno presso parenti. Qui giunto, cercai subito di organizzare un gruppo di partigiani, ma i giovani della zona erano per la maggior parte reduci di guerra e non disposti ad affrontare nuovi ulteriori sacrifici.
La banda Beretta
Ai primi di dicembre (’43) ebbi i primi contatti col gruppo di Fermo, che per Natale verrà attaccato da una colonna fascista in Osacca e sarà quello il primo scontro avvenuto in Provincia di Parma. Ai primi di gennaio (’44) mi spostai in Val Taro ricongiungendomi con mio fratello e ci nascondemmo nelle vicinanze di casa nostra, mantenendo i contatti con dichiarati antifascisti locali come Solari Giuseppe, Zanrè Alberto, Ferrari Luigi e Dorà Domenico.
Verso la fine di gennaio decidemmo di raggiungere Groppo di Albareto, dove sapevamo di poter contare su alcuni amici: una decina di giovani, coi quali stabilimmo di creare il primo nucleo partigiani in Val Gotra.
Io avevo acquistato ad Albareto una “Beretta” cal.9, insieme a qualche fucile da caccia: poi attraverso Giovanni Borella, che più tardi intensificherà le forniture di armi attingendole a la Spezia, ci arrivò una cassa di bombe a mano. Con pochi uomini, nel febbraio sorprendemmo una pattuglia fascista a Sesto Godano (SP) e recuperammo qualche moschetto.
Seppure così modestamente armati, pensammo di attaccare il posto di avvistamento aereo di Centocroci, dove c’erano una ventina di fascisti e la sera del 4 marzo predisponemmo l’azione per collaudare in certo qual modo le nostre possibilità. Tutto filò liscio e dopo mezz’ora di combattimento la preda bellica, formata da una mitragliatrice, molte bombe a mano e fucili, era nelle nostre mani: ai militi consentimmo di ritornare alle loro case sani e savi.
Potemmo così armare una trentina di uomini che formavano la banda Beretta, dal nome della mia prima pistola: erano uomini pratici nell’uso delle armi e decisi a lottare per una scelta fatta liberamente.
Con l’equipaggiamento conquistato a Centocroci i 30 uomini si insediano in alloggi di fortuna al di fuori dell’abitato di Groppo per non compromettere la popolazione civile, minacciata di fucilazione se avesse prestato aiuto ai partigiani, dormono nelle “caselle” (essiccatoi di castagne), nei fienili, aperti al vento e alla pioggia.
Il vettovagliamento è fornito e offerto dalla popolazione, dai parenti: grande è stata la generosità delle famiglie locali, ben liete di mettere a disposizione le loro magre risorse, pur di contribuire in qualche modo alle nostre operazioni.
Mangiavamo pane, polenta, un po’ di formaggio, castagne, pattona; raramente un pezzo di carne, la pastasciutta e il vino, potevamo tuttavia contare su di un’alimentazione che ci permetteva di sopravvivere.
La Centocroci
Nell’aprile del ‘44 la formazione prenderà il nome “Centocroci”.
Realizzammo i primi contatti ufficiali con il C.N.L. di La Spezia nel maggio 1944, attraverso Giovanni Borella, mentre soltanto nel settembre riuscimmo ad allacciare rapporti con il Comitato di Liberazione di Parma. Ci collegammo, al contrario, con le missioni alleate molto presto, tramite il tenente Giovanni sbarcato in Liguria.
Nello stesso periodo (aprile ‘44) incontrammo il maggiore Gordon Lett acquartierato nella zona di Buzzò, che ci assicurò “lanci” di materiale alleato; i buoni rapporti di amicizia con Lett vennero mantenuti anche quando egli costituì il Battaglione Internazionale a Rossano (Toscana).
Le formazioni con cui avevamo rapporti (aprile ‘44) erano ormai abbastanza numerose e consistenti: il gruppo Monte Penna che operava nella zona di Bedonia; più tardi (8 maggio) le formazioni di Virgola, Tullio e del Boia che operavano rispettivamente a Zeri (MS) e nel genovese.
Nell’aprile ‘44 il primo “lancio” effettuato sul Monte Penna; ne seguì a distanza di un mese un altro alle “Casermette” sopra Albareto, ad opera degli inglesi e un terzo si ripeté nel mese di giugno.
Attraverso la linea del fronte
Ma ciò che ci permise di guardare con fiducia all’avvenire delle nostre formazioni furono i “lanci” americani, iniziati nel novembre, notevolmente abbondanti per armi automatiche ed equipaggiamento, specialmente dopo che ebbi modo, attraversate le linee del fronte, di far presente agli americani le nostre necessità. A questo proposito vale la pena ricordare che il primo tentativo fatto nel luglio del 1944 a Levanto con Falco (Ghezzi Carlo) e Fanfulla (Signorini Giovanni) non riuscì: fummo, infatti, attaccati da reparti nazifascisti, forse per una spiata, proprio quando il sottomarino che doveva portarci in Corsica ci aveva già fatto i segnali convenuti. Fu un vero miracolo se riuscimmo a sottrarci all’agguato. Nel novembre del ‘44 invece, attraversando l’Altissimo, nelle Alpi Apuane, riuscii a contattare gli Alleati.
Mi aveva fatto da guida il partigiano Baionetta (morirà a pochi giorni dalla Liberazione), un contadino rude e coraggioso della Garfagnana che conosceva alla perfezione le dislocazioni delle postazioni tedesche. Fui ricevuto a Siena presso il Comando Americano da cui dipendevano gli aiuti a tutte le formazioni partigiane operanti nell’Italia settentrionale.
Il 27 dicembre feci ritorno con la missione del magg. Formichelli, paracadutandomi a Porcigatone presso Borgotaro. Era con me il partigiano Piero Boni (futuro segretario generale della C.G.I.L.): questa missione americana doveva essere aggregata alla divisione Beretta (ormai separata dalla formazione “Centocroci”), ma poi rimase a disposizione del Comando Unico Parmense e a me ne inviarono un’altra guidata dal magg. Benes che vi rimase fino alla fine delle ostilità. I “lanci” da questo momento divennero più frequenti e l’assistenza adeguata. Le azioni militari svolte in quel periodo furono numerose e provocarono grandi perdite al nemico.
La Liberazione della Valle
La fase, però, più esaltante della lotta partigiana in Val Taro, per me, è stata quella della liberazione della Vallata, avvenuta nei primi giorni del mese di giugno 1944. Essa rappresentava il più ambito obiettivo della nostra lotta: avremmo conquistato finalmente la libertà per la nostra gente.
Uniti da una carica straordinaria di entusiasmo giovanile, ritenemmo allora di poter realizzare, con la liberazione della nostra valle, la fine dell’occupazione nazifascista. Anche il momento storico era significativo! Era stata liberata Roma, gli eserciti alleati avanzavano verso la Toscana e sembrava, ormai, che l’offensiva non potesse più essere contenuta dalle truppe tedesche e fasciste; si era verificato contemporaneamente la sbarco in Normandia e l’esercito russo era passato alla controffensiva su tutto il fronte orientale; l’esercito tedesco, preso nella morsa su tutti i fronti, sembrava avere i giorni contati. Di fronte a questi eventi e alle sollecitazioni degli alleati, via radio, noi comandanti partigiani (mi riferisco a mio fratello, a Zanrè, Vampa, Bill, Solari, Dragotte) ci riuniamo a Pradella di Borgotaro, nella casa della famiglia Zanrè e stabiliamo di occupare la zona, consapevoli dell’importanza strategica della Vallata, posta alle spalle della linea Gotica; decidemmo di bloccare tutte le vie di accesso al Passo del Bocco, di interrompere la linea Ferroviaria Parma – La Spezia per ostacolare i movimenti di truppe nemiche dal fronte al Po e, per lo stesso scopo concentrammo azioni di disturbo sulla statale della Cisa. Al gruppo Centocroci fu affidato l’incarico di bloccare la strada del Bocco, di liberare Bedonia, neutralizzare il presidio di Varese Ligure e di mantenere una estrema mobilità di spostamento verso i passi di accesso, qualora ci fosse stata la necessità di tempestivi interventi.
La 1ª Julia, che si era formata dal Gruppo “Monte Penna”, aveva l’incarico di liberare Borgotaro e Vampa, comandante di un gruppo partigiano operante nel borgotarese, doveva interrompere a Ostia Parmense la linea ferroviaria. Il gruppo “Zanrè”, doveva operare di concerto con la 1ª Julia.
L’esecuzione del piano venne attuata in un paio di giorni: i presidi fascisti vennero eliminati tutti contemporaneamente e, di fatto, la valle fu liberata. Ma questa operazione non fu solo militare; fu soprattutto l’inizio di un’esperienza democratica, perché, in quel momento, sentimmo tutti, veramente, che si stava passando da un regime oppressivo e dittatoriale, durante il quale era impossibile ogni libera manifestazione di opinioni, alla formazione, seppure embrionale, di una istituzione democratica.
Libera Repubblica della Valtaro
Si costituì così la “Libera Repubblica della Valtaro”. Non potendosi, ovviamente, attuare una consultazione elettorale vera e propria, di cui neppure si conosceva perfettamente il meccanismo, si nominarono rappresentanze popolari; ai podestà di istituzione fascista, si sostituirono i sindaci e i consigli comunali. Si arrivò persino alla pubblicazione di un giornale, “La Nuova Italia”, di cui uscirono due numeri.
Noi combattenti, però non potemmo impegnarci in prima persona e per la diversa natura delle responsabilità civili per l’impegno militare ancora in atto e, pur avendo una nostra sensibilità politica, delegammo a queste funzioni alcuni uomini che avevano avuto in passato esperienze dirette. Così nella neo – repubblica Valtarese il compito di coordinare gli aiuti alla popolazione civile, regolarne i rapporti e mantenere una omogenea politica amministrativa fra gli organismi rappresentativi delle amministrazioni comunali della vallata, fu conferito ad un commissario civile.
Esercitò tale incarico, sempre in stretta collaborazione con i comandi partigiani, l’On. Achille Pellizzari, personalità di spiccate qualità morali, civili e politiche, che diventerà in seguito commissario del Comando Unico Parmense.
Un esempio di questa collaborazione fra combattenti e civili è stato il ripristino della pista di atterraggio per consentire contatti con diretti con gli alleati, decisa dai combattenti e realizzata dai civili.
I fatti militari che caratterizzarono la costituzione della “Repubblica Valtarese”, furono degni di menzione da parte dei bollettini di guerra alleati.
Intere compagnie tedesche furono distrutte, molti furono i militari tedeschi fatti prigionieri dai partigiani ed ingente il bottino bellico recuperato.
Le tre battaglie di Pelosa, del Bratello e della Manubiola sono ancora nel ricordo di quanti vissero quelle giornate.
Le formazioni partigiane, che operarono con alcune centinaia di uomini, dimostrano efficienza organizzativa, spirito combattivo, disciplina e addestramento alla guerriglia.
La fine è solo l'inizio
La vita della “Repubblica partigiana” fu breve; dopo 35 giorni (15 giugno – 20 luglio 1944) di accesi combattimenti durante i quali subirono gravi perdite, i tedeschi impegnando alcune divisioni e con l’appoggio anche dell’aviazione ripresero il controllo dei punti strategici, essenziali per i collegamenti fra la linea gotica e la pianura padana, in ciò favoriti anche dall’arresto prolungato delle forze alleate attestate sulla linea gotica. Finiva così una delle vicende più esaltanti della lotta partigiana parmense ed iniziava un nuovo ciclo operativo, che avrebbe visto ancora più organizzate ed efficienti le formazioni partigiane della Vallata, proseguire la loro lotta fino alla liberazione definitiva del Paese.