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Nei primi giorni di gennaio del 1945, il movimento partigiano di Borgotaro avvertiva l'imminenza di un attacco. La guarnigione tedesca locale era stata bruscamente sostituita.
L'interprete Antonio Bozzia «Il Tirolo» aveva notato una strana animazione tra gli ufficiali nemici, mentre il capo della Polizia partigiana, «Jack», aveva scoperto che un enorme quantitativo di paglia era stato inviato nella galleria del Borgallo, segno che le truppe nazifasciste vi stazionavano al coperto in attesa dell'assalto.
La sera del 5 gennaio, le pattuglie nemiche iniziarono a setacciare le campagne. Presso la località di Pradella, una civile, Anna Mantegari, sorpresa fuori casa dal coprifuoco, venne avvistata dalla riva sinistra del Taro e uccisa da una precisa fucilata tedesca. Nella notte, due forti colonne nemiche si attestarono a Monticelli e alla Costella. Nonostante i chiari segnali, a causa di gravi disfunzioni nei collegamenti, non tutti i distaccamenti partigiani della Iª Brigata Julia vennero allertati in tempo.
La Battaglia di Caffaraccia
La mattina del 6 gennaio, sotto una fitta nebbia e un'abbondante nevicata, una colonna di oltre 500 alpini della Divisione Monterosa — truppe scelte, mimetizzate e dotate di sciatori — investe le postazioni partigiane con l'obiettivo di colpire il comando di Brigata a Caffaraccia. Nello stesso momento, il comandante della Julia, Dragotte, si trovava a Casembola per un'ispezione; scendendo nella nebbia verso Brunelli, incrociò a soli duecento metri in linea d'aria la colonna nemica senza accorgersene.
In tarda mattinata i distaccamenti Antolini (Caffaraccia) e Zanrè (San Pietro) vengono attaccati. Il vicecomandante Erok assume la guida delle operazioni, schierando in difesa anche un gruppo di garibaldini della Val Ceno dislocati a Cà Grilla. il combattimento infuriò per l'intera giornata al bivio di Isola di Coriago e alla «Barbuja», dove i partigiani respinsero gli alpini che tentavano di aggirarli risalendo i calanchi.
Sotto il costante martellamento dei mortai e delle mitragliatrici, cade il partigiano Alessandro Moroni («Farinacci»), mentre si registrarono un ferito (Antonio Zazzi) e un prigioniero.
Nel tardo pomeriggio, ormai quasi accerchiati, i partigiani ricevono l'ordine di ripiegare ordinatamente verso Brunelli attraverso i sentieri dello spartiacque, occultandosi nella notte e nascondendo le armi. Nei giorni successivi, superando i blocchi nemici e marciando nella neve alta, molti riusciranno a riattraversare il Taro e a rifugiarsi temporaneamente nelle proprie case.
La manovra a Casembola
A Casembola, il distaccamento Dallara vede sfilare silenziosamente la colonna nemica diretta a Caffaraccia lungo il sentiero principale. I partigiani riescono a non farsi notare e risalgono la costa verso Ceredasco, dove vengono però intercettati da una pattuglia di sciatori tedeschi.
A causa dell'intenso gelo, le armi partigiane si inceppano rendendo la reazione inadeguata. Ciononostante, il distaccamento riesce a sganciarsi scendendo verso Osacca e a riparare a Bardi per avvertire il Comando Unico. L'unico ferito fu il partigiano Pisa: scivolato su un masso durante la ritirata lungo il Noveglia, si fratturò una gamba. Rimasto nascosto in un canalone fino a notte fonda, riuscì a trascinarsi al gelo fino a Casembola, dove venne tratto in salvo e nascosto da una famiglia di contadini.
L'imboscata sul Passo del Santa Donna
Nel frattempo, una terza colonna nemica raggiunge Porcigatone. Dopo essersi scaldati all'osteria e aver verificato le armi, i soldati salgono dal cimitero per appostarsi stabilmente sul Passo del Santa Donna, con l'ordine di intercettare i partigiani in fuga.
Il distaccamento Piscina, dislocato a Tocaleto e privo di informazioni precise a causa della nebbia, ode degli spari provenire da valle. Credendo erroneamente che l'attacco fosse concentrato su Casembola, verso le ore 14 il reparto decide di muoversi per dare manforte ai compagni. La formazione — composta da circa 60 uomini, inclusi venti partigiani della Beretta — è preceduta da una pattuglia d'avanguardia guidata da Gherry.
Muovendosi a fatica nell'alta neve e nel freddo intenso, i partigiani raggiungono il passo. Nella fitta nebbia vedono filtrare delle sagome e, convinti di esser di fronte ad un gruppo di compagni, fanno dei segnali di riconoscimento. All'improvviso, la pattuglia di alpini della Monterosa appostata sul valico apre il fuoco su di loro.
L'imboscata tesa sul valico dagli alpini della Divisione Monterosa si trasforma rapidamente in tragedia. Le prime scariche di fuoco falciano sette uomini della pattuglia avanzata del distaccamento Piscina. I soldati nazifascisti scendono sul luogo dello scontro finendo i feriti a colpi di calcio di fucile. I corpi vennero rinvenuti solo giorni dopo dai contadini locali, recando i segni delle violenze subite; il corpo del comandante d'avanguardia Gherry restò sepolto per settimane sotto la neve ammassata dalla tormenta.