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Alla fine del rastrellamento di agosto, i nazifascisti, impossibilitati a mantenere in zona tutte quelle truppe, e convinti di aver messo in crisi per lungo tempo l’organizzazione partigiana, abbandonano il territorio, mantenendo e rafforzando i presidi lungo la ferrovia, sulla statale della Cisa, in tutti i paesi della Valle, nei crocicchi delle vie di comunicazione, sui passi appenninici.
In pratica ogni paese, ogni casello ferroviario, ogni postazione sulle vie di comunicazione diventano veri e propri fortini autosufficienti per quel che riguarda la difesa, ma collegati ai caposaldi di Fornovo, Cassio, Berceto, Borgotaro, Pontremoli, e Chiavari.
Dal canto loro i partigiani, lasciati i paesi del fondo valle ed attestatisi nei villaggi, nelle frazioni, nei casolari della montagna, si riorganizzano e si potenziano con l’apporto di nuove leve affluite ai monti in seguito al rastrellamento, dimostrando così che anche le rappresaglie più feroci, pur con il suo doloroso strascico di fucilazioni e deportazioni, avevano mancato l’obiettivo principale: l’annientamento delle formazioni partigiane e la divisione tra la popolazione e i nuclei armati.
All’interno dei comandi partigiani si discute con calore, e non senza animosità, delle esperienze recentemente vissute, la liberazione del territorio, la guerriglia e la guerra di posizione, i danni e le offese alle popolazioni.
La discussione dimostra, nel complesso una crescita di consapevolezza nel movimento partigiano. Siamo ad un bivio.
Lo spontaneismo, la passionalità, anche con il conseguente corollario di improvvisazione e dilettantismo avevano reso possibile l’inizio della lotta armata.
Ora, lo sviluppo della guerra, la consapevolezza delle difficoltà e, nello stesso tempo, delle possibilità, rende necessaria una riorganizzazione globale dei gruppi armati, in modo da renderli più adeguati alla nuova situazione e, facendo tesoro delle esperienze e degli errori dell’estate, conciliare le potenzialità militari, utili alla causa degli Alleati, con la snellezza ed autonomia peculiare della guerriglia.
Le formazioni della Val Taro si organizzano dunque in brigate, costituite da 5/10 distaccamenti l’uno che, a loro volta, sono costituiti da 5/8 squadre di 10/15 elementi ciascuna.
Ogni squadra, distaccamento e Brigata ha propri comandanti eletti rispettivamente dai partigiani, dai capi squadra e dai capi distaccamento. Ogni Brigata ha poi il Commissario Politico, reparti di polizia, addetti ai vettovagliamenti ed ai sevizi logistici, ai collegamenti tra i vari distaccamenti e tra le brigate limitrofe.
Si rende necessaria anche una suddivisione ed una localizzazione territoriale, sia per facilitare i collegamenti e le comunicazioni ma anche nell’intento di coordinare le operazioni di guerriglia ed evitare, come era accaduto in passato, che in uno stesso luogo, all’oscuro l'una dell’altra, potessero agire formazioni diverse, intralciandosi vicendevolmente, ma anche per rendere più efficace la difesa del territorio ed evitare che infiltrazioni nemiche potessero colpire, partendo da posizioni ritenute difese e controllate.
1ª Brigata Julia
All'epoca della sua costituzione contava una forza di circa duecentocinquanta uomini provenienti dai gruppi borgotaresi del Molinatico e del Tarolli.
Comandante viene nominato Dragotte, con Giorgione Commissario Politico, e vicecomandante Erok.
È costituita da distaccamenti che portano il nome dei compagni partigiani caduti nei precedenti combattimenti: Antolini, Bassani, Dallara, Piscina, Zanrè.
La zona operativa è alla sinistra del Taro, attorno al capoluogo: Porcigatone, Casembola, Caffaraccia, San Pietro, Tiedoli, Branzone.
Un distaccamento viene posto presso Baselica, mentre un altro numericamente molto grande viene appostato presso Solignano e Prelerna, Boio e Tramonto.
2ª Brigata Julia
La Seconda Julia nasce in agosto dai gruppi Vampa, Poppy, Birra; ha come primo comandante Vampa, sostituito subito dopo da Birra, mentre Commissario Politico e Cappellano sono Severino Molinari e don Guido Anelli.
È forte di circa centocinquanta uomini, distribuiti tra i distaccamenti di Belforte, Gorro, Valmozzola, Montagnana, Pracchiola, Logarghena, Groppo del Faggio, Topleca, Casevecchie, Vignolone, occupando quindi il crinale del Taro ed del Baganza, i monti della Cisa, dell’alto pontremolese e la Val d’Antena.
A metà agosto si unisce alla Brigata anche un gruppo di una trentina di uomini che, raccolti durante l’estate da Fra Diavolo ad Olmo Grosso, dopo il rastrellamento si erano spostati a Casevecchie e quindi nella zona di Montagnana, dove avevano costituito il Gruppo delle "Fiamme Verdi".
A ottobre, inviato dal Generale Cadorna, si unisce alla formazione il Maggiore Umberto Pestarini "Umberto", che in seguito sarà comandante della Bigata. Il comando viene posto al Passo del San Bernardo.
I nomi dei distaccamenti sono Sam, China, Leone, Tito, Bruno, Lucidi, a ricordo dei patrioti uccisi nei combattimenti di giugno e luglio.
Brigata Centocroci
Rimasto senza comandante nel corso del rastrellamento di luglio, il gruppo Centocroci, forte di duecento uomini, si riorganizza in Brigata, ed elegge come comandante Richetto, Commissario Benedetto, Vicecomandante Camillo Orlandazzi e Vicecommissario Aldo Costi "Lo Zio".
La crisi di comando sfociata col rastrellamento di luglio era maturata in un clima di profondi contrasti all’interno del gruppo, dove convivono partigiani di diversa provenienza: spezzini, toscani, locali della Val Gotra, e di diverso orientamento politico: monarchici e badogliani i comandanti , cattolici i locali, comunisti la maggior parte dei toscani e degli spezzini.
Anche ai vertici della formazione i rapporti sono tesi e l’ascendente del vecchio Comandante sui partigiani è sempre più in discussione.
L’abbandono della lotta da parte di Gino Cacchioli al momento dello sfondamento tedesco a Pelosa, nel momento cioè in cui gli uomini avevano bisogno di essere guidati ed assistiti, pregiudica definitivamente la sua posizione.
A guidare gli uomini in quei difficili momenti è Richetto: egli conduce gli uomini nei fitti boschi del Gottero, ricerca e raccoglie gli sbandati e ricostruisce su nuove basi la formazione.
La nuova Brigata occupa le pendici del Monte Gottero, l'alta Val Gotra, Cento Croci, e tutto il crinale alla destra del Taro fino a Santa maria. Fin dai primi di agosto è pronta ad affrontare il nemico in campo aperto, e per tutto l’autunno sarà protagonista di impegnativi combattimenti con le formazioni fasciste, soprattutto con la Monterosa.
32ª Brigata Monte Penna
Il rastrellamento della Val Taro aveva sospinto il gruppo di Bill nella Val d’Aveto dove già si trovava Scarpa con i suoi uomini.
La lontananza dai luoghi tradizionali induce i bedoniesi a cercare un collegamento, quindi durante l’agosto, con l’apporto di gruppi partigiani liguri, avevano costituito la 57ª Brigata Garibaldi alle dipendenze della II divisione Cichero.
La vita di questa Brigata è precaria perché tra il gruppo di giovani genovesi e quello dei bedoniesi l’affiatamento è scarso ed anche l’autorità di Bill non riesce ad affermarsi. Grave era anche il problema dei rifornimenti alimentari: il contatto con Parma consentiva approvvigionamenti meno precari. La scissione avviene ai primi di settembre, a seguito del rastrellamento che alla fine di agosto i tedeschi e gli alpini della Monterosa avevano effettuato in tutto l’entroterra ligure – piacentino.
Attestatasi in Val Lecca ed incline a gravitare sotto l’influenza del C.L.N. di Parma, rimane incerta su quale struttura darsi. Dopo vivaci discussioni, a fine settembre si costituisce la nuova Brigata che vede Bill e Aldo rispettivamente comandante e vicecomandante, Rolando e Flaminio Musa "Marco" rispettivamente commissario e vicecommissario.
La 32ª Brigata Garibaldi "Monte Penna" con duecento uomini circa, suddivisa inizialmente nei distaccamenti Turco, Fortunin, Orlando, Cosimo, opererà nella zona tradizionale alla sinistra del Taro da Bedonia a Santa Maria, e l’Alta Val Ceno e Val Lecca ai piedi del Tomarlo.
Brigate Beretta
A fine di luglio, Guglielmo Cacchioli aveva ricoperto per qualche settimana la carica di vicecomandante della I Divisione Ligure, mentre Gino Cacchioli nel corso del rastrellamento aveva lasciato la nostra zona.
Ritornati in Val Taro a settembre i due fratelli riescono a riunire una quarantina di uomini armati, in parte borgotaresi e di Albareto e in parte liguri, che avevano precedentemente militato nel gruppo Cento Croci, e costituiscono la I Brigata Berretta con Guglielmo comandante e don Mario Casale commissario Politico.
In ottobre Gino Beretta passa le linee e raggiunge il comando alleato. Qui si incontra con uomini politici italiani dai quali ottiene aiuti ed incoraggiamenti e ritorna in zona il 27 dicembre paracadutato a Porcigatone con la missione alleata Cajuga comandata dal capitano Formichelli "cap. Bob". Mentre i primi tentativi di costituire questa brigata erano stati fatti a cavallo tra i comuni di Borgotaro e Bardi, con la sua crescita essa si sposterà verso il territorio, che sarà il suo tradizionale; attestandosi nella zona che si estende dalla Val Gotra all’alto Pontremolese con il comando che, a seconda delle circostanze, si sposterà tra Albareto, la Cervara e Guinadi.