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Le perdite inflitte ai nazifascisti durante la difesa della Valtaro sono enormi, se paragonate al risultato militare.
Il territorio viene temporaneamente occupato ma le formazioni partigiane, divise in piccoli gruppi, si salvano lasciando a mani vuote le truppe nemiche, che invadono a migliaia a migliaia la valle, battono furiosamente le montagne, frugano in ogni casolare cercando inutilmente i ribelli.
Solo elementi singoli e sparsi, incappati nelle maglie dei rastrellatori, vengono fucilati sul posto o condotti come prigionieri nei paesi vicini e giustiziati come rappresaglia. L’inutilità dello sforzo e le gravi perdite subite aumenta ancora di più la rabbia del nemico: capiscono che la popolazione aiuta i partigiani, li avverte, li nasconde ed è quindi contro la popolazione che si scatena la loro furia.
A Santa Maria del Taro quindici innocenti, vecchi e ragazzi, vengono fucilati insieme a tre partigiani trovati nascosti in casa.
A Strepeto, Alpe, Bruschi di Sotto, Caneso e Piane di Carniglia opera un battaglione speciale della X MAS che il 18 brucia case e cascine.
Il 16 luglio a Borgotaro inizia un grande rastrellamento. Circa centocinquanta civili, per lo più vecchi, donne e bambini, compreso il parroco e il curato, i soli trovati nelle case del paese deserto, vengono ammassati e tenuti come ostaggi in attesa della liberazione dei prigionieri tedeschi. Un gruppo di donne viene mandato sui monti a cercare i partigiani per indurli a liberarli ed evitare un massacro: dopo tre giorni i tedeschi prigionieri arrivano e gli ostaggi sono liberati.
Tre le vittime borgotaresi di quei giorni c'è una bambina di 11 mesi, Rosetta Delnevo.
La madre con un gruppo di donne aveva abbandonato la casa vicino al paese e si era rifugiata a Tiedoli da parenti. Pensando che il pericolo fosse passato, il 17 ritorna verso casa lungo i sentieri alla sinistra del Taro. Da lontano, da Baselica, i tedeschi osservano il movimento delle donne e sparano. La bimba è in braccio alla madre: la donna sente un dolore alla mano, si sente tutta imbrattata di sangue, si stringe al viso la bambina e si accorge della tragedia. La stessa pallottola che aveva ferito la madre aveva colpito mortalmente la bambina, che spira due ore dopo.
L'eccidio di Strela
A Strela, il 19 luglio, si consuma un terribile eccidio.
Il giorno prima, due ufficiali tedeschi si erano presentati in canonica ed avevano parlato con gentilezza al parroco Don Alessandro Sozzi, tanto che, nonostante le notizie allarmanti che arrivavano da altre località, si era avuta l’impressione che a Strela nulla sarebbe accaduto di grave. Invece, all’alba del giorno seguente, le truppe accampate nella piana di fronte a Compiano partono per il massacro ed arrivano alle sei in canonica, proprio quando il parroco e padre Umberto Bracchi avevano appena finito di dire la Messa.
Padre Bracchi era arrivato la sera prima a Strela reduce da una missione al Comando Tedesco, dove aveva trattato la liberazione dei tedeschi prigionieri dei partigiani ed per questo era munito di un salvacondotto.
Ma I tedeschi non sentono ragioni, e i due sacerdoti assistono al saccheggio della canonica che poi viene data alle fiamme; quindi vengono accompagnati da due soldati di fronte al cimitero e fucilati l’uno vicino all’altro, col breviario in mano.
I due carnefici finiscono le vittime con due colpi di rivoltella quindi li depredano dei loro averi. Nelle case del paese vengono trovati partigiani del Penna e del Centocroci, che insieme ad altri uomini del posto vengono barbaramente uccisi.
Quel giorno Strela, sotto il sole infuocato di luglio, bruciava tra il pianto delle donne ed il terrore dei bimbi, affannati a spegnere l’incendio e a salvare le masserizie a pochi passi dai corpi ancora caldi delle vittime.
Dopo Strela, tocca a Cereseto, che il giorno dopo viene investita dalla furia tedesca. Altri innocenti vengono giustiziati e il paese dato alle fiamme.
L'eccidio di Sidolo
Il 20 luglio a Sidolo di Bardi si consuma un'altra barbara tragedia.
Nel primo pomeriggio di quel giorno, i tedeschi entrano nella canonica del paese e prelevano il parroco don Giuseppe Beotti e due suoi ospiti, don Francesco Delnevo, parroco di Porcigatone, ed il seminarista Italo Subacchi di Bardi. Condotti davanti al cimitero, vengono fucilati. Poi tocca a sei borgotaresi che si erano rifugiati a Sidolo per sfuggire al rastrellamento in atto a Porcigatone: cadono falciati dai mitra Bruno Benci, Giuseppe Ruggieri, Francesco Bozzia e i fratelli Giovanni e Girolamo Brugnoli. Il sesto del gruppo, Antonio Brugnoli, un attimo prima della fucilazione si getta in una scarpata, e nonostante sia fatto oggetto di colpi di arma da fuoco, riesce a raggiungere il canalone e fuggire.
Malgrado i primi inevitabili effetti, queste tragedie determinano il risultato contrario a quello per cui erano state ordinate.
La consapevolezza di essere, militari e civili, soggetti allo stesso destino e compartecipi di una stessa lotta, trasforma la paura in odio verso lo straniero ed disprezzo per il suo servo; la pietà per i ribelli in un sentimento più vigoroso e la consapevolezza di condividere una causa comune da sostenere in tutti i modi.
Il legame che si crea in quei giorni tra combattenti e popolazione, cementato dal sangue versato in tutta la nostra valle da Berceto a Santa Maria si rafforzerà ulteriormente nel corso delle future lotte. Con l’estate del’44 la Resistenza diventa guerra di popolo per scacciare lo straniero, momento di unione, punto di riferimento permanente nelle lotte per la difesa e il consolidamento della Democrazia e per il riscatto sociale della nostra gente.