Museo Multimediale della Resistenza delle Valli del Taro e del Ceno

Dopo la destituzione di Mussolini, i partiti politici antifascisti si mobilitano in tutta Italia. Anche a Parma, in particolare il Partito Comunista Italiano si prepara ad intraprendere la lotta armata contro il nazifascismo: fin dalle prime ore dell’occupazione tedesca, figure come Francesco Leporati e Adriano Cavestro trafugano le prime armi dai depositi militari, con l’aiuto della popolazione.

Il 9 e 10 settembre, a villa Braga di Mariano, si tengono le prime riunioni dei dirigenti comunisti, dove emerge la necessità di organizzare una struttura militare clandestina, definita nel gergo dell’epoca “Organizzazione Sportiva”. La villa si trasforma in un centro di attività febbrile: messaggi, armi e viveri vi transitano continuamente.

Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la presenza dei cattolici nella vita pubblica e politica si fa sempre più incisiva, anche se complessa. La Chiesa, pur essendo formalmente integrata nello Stato fascista grazie ai Patti Lateranensi, manteneva rapporti tesi con il regime, in particolare per la questione dell’Azione Cattolica e delle divergenze ideologiche di fondo.

Tra il 1942 e il 1943, l’idea del diritto cristiano alla resistenza contro la tirannide si diffonde anche a Parma, dove si formarono gruppi cattolici con visioni differenti: uno moderato, guidato da Giuseppe Micheli, legato alla tradizione del Partito Popolare, e uno più deciso e innovatore, vicino a Olimpio Febbroni e Don Giuseppe Cavalli. Quest’ultimo si ispirava alla dottrina sociale della Chiesa, in particolare alla, per promuovere un nuovo impegno politico e sociale.

Nonostante questa dicotomia, nella provincia parmense si sviluppò un movimento cattolico di base, spesso legato alle parrocchie, che contribuì in modo significativo alla Resistenza. Sacerdoti e laici, spinti da motivazioni umanitarie, diedero rifugio a perseguitati e sfollati, e in alcuni casi appoggiarono attivamente i partigiani. Il movimento cattolico cercò di evitare rotture drastiche, ma allo stesso tempo contribuì a rendere la Resistenza un fenomeno popolare e non solo elitario. In questo equilibrio tra timore e impegno, tra prudenza e solidarietà concreta, si misura il contributo — spesso silenzioso ma decisivo — del mondo cattolico alla Resistenza italiana.

A Parma, durante i primi anni della Resistenza, anche i liberali iniziano a ritagliarsi un ruolo significativo, seppur circoscritto. Provenienti dalla tradizione crociana di critica moderata al fascismo, si raccolgono attorno a figure come Dedali, Di Stefano e Viola, dando vita a un gruppo composto soprattutto da intellettuali e studenti. Tra loro spiccano Aldo Cremonini, Giorgio Mazzadi e il giovane Giacomo Ulivi, poi fucilato dai nazifascisti a Modena.
Essere “liberali” in quel contesto significava spesso essere monarchici, apolitici, contrari ai partiti, con un’attitudine autonomista che portava a bypassare le direzioni politiche della Resistenza e a cercare rapporti diretti con gli alleati angloamericani.

Sul fronte socialista, invece, la situazione è più complessa. Il Partito Socialista a Parma fatica a riorganizzarsi, ostacolato da vecchie fratture ideologiche tra riformisti e massimalisti. La debolezza iniziale del PSI a Parma è riconducibile anche al fatto che, dopo la presa del potere da parte di Mussolini nel 1925, il partito aveva praticamente cessato di esistere. Tuttavia, personalità come il professore Bernini, insegnante al liceo Romagnosi, riuscirono a mantenere viva la fiamma del socialismo democratico, trasmettendone i valori nei limiti imposti dal regime.

La crisi del regime fascista in Italia portò, a Parma, alla formazione di un Comitato d’Azione Antifascista, il quale si riuniva con regolarità per gestire la vita amministrativa della provincia, pur senza un riconoscimento ufficiale da parte delle autorità del governo Badoglio. Il comitato, composto da esponenti di vari partiti, aveva come scopo principale quello di organizzare la resistenza contro l'occupazione tedesca. In quel contesto, il comitato inviò emissari a sollecitare l'invio di armi alla popolazione, ma la risposta da parte delle autorità militari non fu favorevole. Questo episodio segnò l'inizio di una nuova fase di riorganizzazione dell'antifascismo parmense, che avrebbe portato alla creazione del Comitato di Liberazione Nazionale di Parma (C.L.N.P.) il 15 ottobre dello stesso anno. A ottobre venne anche creato il Comitato Militare del C.L.N., incaricato dell'organizzazione delle azioni militari sul territorio.

Nel frattempo, in diverse città e paesi della provincia di Parma, vennero costituiti comitati antifascisti clandestini, che in seguito divennero i Comitati di Liberazione Nazionale, fondamentali per la cospirazione e per la creazione delle prime bande armate. Questi gruppi furono tra i primi a organizzare la resistenza armata a livello locale, con la creazione di rifugi e la distribuzione di armamenti.